
In questa prospettiva, i contesti della “cultura” e della “salute”, possono essere considerati come ambiti strategici nei quali il design è chiamato a confrontarsi ponendo interrogativi analoghi: come configurare prodotti e servizi, come renderli accessibili, come valorizzarne i contenuti e comunicarne l’innovazione progettuale in relazione alle trasformazioni tecnologiche e sociali contemporanee.
Accanto a tale convergenza metodologica, assume rilievo teorico l’ipotesi di leggere entrambi i contesti nella loro dimensione di “bene comune”.
Considerare cultura e salute come beni comuni, implica interrogarsi non soltanto sui contenuti e sugli ambiti applicativi, ma sulle responsabilità progettuali del design nella costruzione di condizioni di accessibilità, equità, inclusione e sostenibilità.
Il tema dei beni comuni trova ormai solidi riferimenti sul piano normativo, in particolare nelle istituzioni amministrative locali. Appare comunque necessario richiamare in apertura la dimensione politica del tema, in quanto esso è strettamente connesso con i diritti fondamentali degli individui e con il concetto stesso di bene pubblico.
Tra le figure più attive nell’indagine giuridica di questo concetto, emerge il contributo di Stefano Rodotà, secondo il quale i beni comuni esprimono i diritti inalienabili dei cittadini, i quali non coincidono né con la proprietà privata né con la proprietà dello stato (Rai Cultura, 2019).
Facendo sintesi tra la visione economica riconducibile agli studi di Elinor Ostrom e quella di natura giuridica citata in precedenza, è possibile individuare tre categorie: beni comuni di sussistenza (che comprendono anche la cultura, in particolare per quanto concerne i saperi locali); beni comuni globali, tra i quali rientrano anche i beni culturali, conoscitivi e informativi prodotti e condivisi a livello collettivo; infine i servizi pubblici, forniti dai governi in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini, quali trasporti, sanità, giustizia e cultura (Ostrom, 2010; Rodotà 2013).
Per approfondire il tema e le modalità con cui persone e comunità vi si rapportano, è opportuno fare riferimento al testo fondamentale dell’ordinamento italiano, in particolare agli articoli 9 e 32 della Costituzione.
L’articolo 9 afferisce ai Principi Fondamentali della Carta e riconosce nella “cultura” un ambito di interesse pubblico primario. Ad esso si affianca l’articolo 32 che tutela la “salute” come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.
Pur includendo anche altre dimensioni, come quella ambientale, tali articoli consentono di individuare in questi due temi un terreno particolarmente significativo per riflettere sul loro statuto di beni comuni.
La call assume dunque cultura e salute come campi privilegiati di indagine progettuale, con l’obiettivo di esplorare la loro possibile integrazione in una prospettiva sistemica che, allo stato attuale, appare in via di consolidamento nel panorama della formazione e della ricerca in Italia.
In questo quadro, le discipline del progetto non si limitano a fornire soluzioni formali o tecnologiche, ma assumono un ruolo di mediazione tra conoscenze specialistiche, istituzioni e comunità, contribuendo alla definizione di prodotti, servizi e sistemi capaci di generare valore pubblico e impatto sociale valutabile.
Il design riferito ai beni culturali valorizza il rapporto con le preesistenze e promuove riletture situate in relazione alle esigenze contemporanee; il progetto orientato al prodotto e al servizio per la salute si confronta invece con le trasformazioni dell’innovazione tecnologica e con una ridefinizione della salute non solo come prestazione sanitaria, ma anche come esperienza relazionale, ambientale e comunitaria.
Le due aree condividono un approccio al progetto, di carattere sistemico e orientato all’innovazione sociale, al miglioramento della qualità dei servizi, all’accessibilità, all’inclusione e alla sostenibilità ambientale ed economica.
Per comprendere la portata del tema, anche in prospettiva storica, è opportuno richiamare il modo in cui il design italiano si è confrontato con la dimensione sociale del progetto e, più in particolare, con la nozione di beni comuni.
Nell’Italia del secondo dopoguerra, accanto all’attenzione per il progetto del prodotto commerciale di uso privato e alla sua definizione tecnica ed estetica, si sviluppa una significativa riflessione progettuale rivolta ad artefatti e sistemi destinati a un uso collettivo, non riconducibili alla proprietà esclusiva. Mezzi di trasporto e relative infrastrutture, dispositivi per la salute della persona, spazi e arredi per l’età evolutiva, strutture per l’emergenza abitativa e sanitaria: ambiti nei quali il progetto si confronta con esigenze pubbliche e con la dimensione sociale della disciplina.
Le ricerche condotte in questi settori trovano riscontro nelle esposizioni tematiche della Triennale di Milano e nell’impegno di alcuni designer che ha accompagnato l’istituzione delle prime cattedre di design, allora denominate Progettazione artistica per industrie (1966).
Tra i primi protagonisti della disciplina che contribuirono a delineare una dimensione etica del progetto orientata al bene della collettività, possiamo ricordare le riflessioni teoriche di Tomas Maldonado e i contributi di carattere più operativo di Marco Zanuso e Pierluigi Spadolini. Già in quegli anni emergevano con chiarezza tematiche che restano centrali anche nel dibattito contemporaneo, seppur affrontate oggi con metodi e con approcci diversi.
Per definire ambiti progettuali che riguardavano i prodotti e i servizi di pubblica utilità, a partire dalla seconda metà del Novecento, emergevano locuzioni come Design for the community. Uno dei primi riferimenti teorici dal quale trae origine questa espressione è il lavoro di Victor Papanek che nel libro Design for the Real World. Human Ecology and Social Change (1971) critica l’orientamento del design verso il consumo e sostiene la necessità di un design capace di rispondere ai bisogni reali delle persone e della società. Questa prospettiva contribuisce a introdurre l’idea di una responsabilità sociale del design.
Nello stesso periodo, tale riflessione si intreccia con il movimento della community architecture, in cui la progettazione viene intesa come processo collaborativo tra professionisti e cittadini. In questo ambito il contributo di John F. C. Turner, autore di Housing by People (1976), sottolinea il ruolo delle comunità nel controllo e nello sviluppo degli ambienti abitativi. In Italia il contributo di Giancarlo De Carlo è sicuramente uno dei più importanti. Influenzato dalle teorie di Pëter Kropotkin e di Patrick Geddes, studia con attenzione l’architettura spontanea curando due mostre sull’argomento nella IX e nella X Triennale milanese. Queste sua impostazione culturale che tiene conto, da un lato dei principali movimenti di progettazione soprattutto di matrice anglosassone, dall’altro la sua impostazione di anarchico militante, lo porterà a poter sviluppare, tra il 1969 e il 1974 l’esperienza progettuale del nuovo villaggio Matteotti a Terni dove imposta ogni fase della progettazione attraverso la partecipazione dei cittadini e di quelli che sarebbero stati i futuri abitanti (Brunetti, Gesi, 1981; De Carlo, 2015).
Parallelamente, nei paesi scandinavi si sviluppa il participatory design, che introduce metodologie di coinvolgimento diretto degli utenti nel processo progettuale. In questo campo sono particolarmente rilevanti i contributi di Kristen Nygaard e Pelle Ehn, sintetizzati nel volume di Ehn Work-Oriented Design of Computer Artifacts (1988).
Nel dibattito contemporaneo l’evoluzione di tale concetto si collega alle pratiche di co-design e innovazione sociale, come evidenziato dalle ricerche di Ezio Manzini, che nel libro Design, When Everybody Designs (2015) descrive il design come una pratica capace di attivare comunità e facilitare processi collaborativi.
Nel loro insieme, questi contributi mostrano come il design for the community rappresenti un cambiamento di paradigma rispetto al passato dove, il design non è più soltanto produzione di artefatti, ma diventa processo collaborativo orientato alla costruzione di ambienti, servizi e sistemi sociali più inclusivi e sostenibili intesi come un bene comune a servizio della comunità.
Parallelamente, nello stesso periodo, emergeva un’attenzione crescente all’inclusività delle categorie fragili, testimoniata dall’introduzione del concetto e del termine “barriere architettoniche” (1965). La nozione di “pubblica utilità” attraversava inoltre il design della comunicazione, inteso come strumento civico e servizio per la collettività, contribuendo a consolidare una visione dell’intero processo progettuale orientata alla responsabilità sociale.
Su queste tematiche si delinea una traiettoria progettuale in continua evoluzione, oggi confrontata con trasformazioni tecnologiche, ambientali e sociali di ampia portata.
In questo scenario, la crescente presenza di studenti nei corsi di laurea in design del Paese, non costituisce soltanto un segnale di tendenza temporanea, ma alimenta un confronto continuo con e tra i docenti, attivi nelle pratiche progettuali e nell’attività scientifica. È proprio nell’intersezione tra formazione e ricerca che si attiva un rinnovamento critico della disciplina, poiché l’insegnamento stesso diventa occasione di revisione di strumenti, metodi e responsabilità del progetto.
In una prospettiva rivolta alle generazioni di progettisti del prossimo futuro, il tema dei beni comuni appare oggi ampiamente presente nel dibattito pubblico, istituzionale e accademico, seppure declinato secondo orientamenti differenti.
Il rinnovato interesse verso i beni comuni trova oggi ampio riscontro nella letteratura internazionale, che ne evidenzia il ruolo nelle trasformazioni sociali, urbane e ambientali contemporanee. Studi come quelli di Elinor Ostrom (1990; 2010) hanno dimostrato la capacità delle comunità di gestire risorse condivise attraverso modelli di governance policentrica, mentre ricerche più recenti sottolineano il ruolo dei commons nelle politiche urbane e nei processi di innovazione sociale (Foster, Iaione, 2016; Manzini, 2015).
Tuttavia, la sua traduzione in pratiche progettuali strutturate e in modelli operativi condivisi non risulta ancora pienamente definita. Proprio per questo esso merita di essere assunto come ambito privilegiato di elaborazione scientifica, nel quale la scrittura e la riflessione teorico-metodologica possano contribuire a chiarire strumenti, processi e responsabilità del design, nei contesti della cultura e della salute.
Se l’Università ha la funzione e la responsabilità di formare professionisti consapevoli e responsabili, capaci di interpretare e trasformare la realtà, diventa allora necessario orientare l’innovazione progettuale verso ambiti nei quali essa possa produrre valore pubblico e contribuire alla tutela e alla rigenerazione dei beni comuni. Così come alla metà del XX secolo i designer si sono posti come mediatori tra le esigenze del mercato e quelle della società civile, oggi la disciplina è chiamata a confrontarsi con i contesti di cultura e salute, individuando, con consapevolezza critica, spazi di miglioramento per la collettività, situati in quella dimensione che non coincide né con il privato né con lo Stato. È in questo ambito intermedio che trovano forma esperienze di gestione comunitaria - talora anche informale - dei beni comuni materiali e immateriali, e nel quale il progetto può esercitare un ruolo di attivazione e responsabilità.
Origine e contesto della call
Il tema proposto per questo numero di MD Journal nasce in relazione all’attivazione del Corso di Laurea Magistrale LM12 “Design di prodotto e servizio per la cultura e la salute” inaugurato nell’a.a. 2025-2026 presso l’Università degli Studi di Ferrara.
L’esperienza didattica e progettuale avviata in questo ambito ha offerto un primo terreno di verifica della fecondità dell’approccio che mette in relazione cultura, salute come bene comune, favorendo il confronto tra pratiche, modelli e prospettive disciplinari che questa call intende ora estendere e condividere con l’intera comunità accademica e scientifica.
Bibliografia
Repubblica Italiana, Costituzione della Repubblica Italiana, Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 298, 27 dicembre 1947, artt. 9 e 32.
Maldonado Thomas, La speranza progettuale. Ambiente e società, Torino, Einaudi, 1970, p. 153.
Papanek Victor J., Design for the Real World. Human Ecology and Social Change, New York, Pantheon Books, 1971, pp. 387.
Turner John F. C., Housing by People. Towards Autonomy in Building Environments, London, Marion Boyars, 1976, pp. 162.
Brunetti Fabrizio, Gesi Fabrizio, Giancarlo De Carlo, Firenze, Alinea, 1981, pp. 240.
Ehn Pelle, Work-Oriented Design of Computer Artifacts, Stockholm, Arbetslivscentrum, 1988, pp. 496.
Ostrom Elinor, Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge, Cambridge University Press, 1990, pp. 298.
Ostrom Elinor, “Beyond Markets and States: Polycentric Governance of Complex Economic Systems”, American Economic Review, 100, 3, 2010, pp. 641-672.
Rodotà Stefano, Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata e i beni comuni, Bologna, Il Mulino, 2024 (ed. or. 2013), pp. 520.
De Carlo Giancarlo, L’architettura della partecipazione, Macerata, quodlibet, 2015, pp. 144.
Manzini Ezio, Design, When Everybody Designs. An Introduction to Design for Social Innovation, Cambridge (MA), MIT Press, 2015, pp. 256.
Foster Sheila R., Iaione Christian, “The City as a Commons”, Yale Law & Policy Review, 34, 2, 2016, pp. 281-349.
Rai Cultura, “Stefano Rodotà. I beni comuni”, Rai Cultura – Filosofia, 2019.
https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Rodot224-i-beni-comuni-d17a247e-e732-4ad0-aa68-0f5fd3731dfe.html
[13 marzo 2026].
Contributi attesi
È possibile trattare le due macro tematiche di "cultura” e “salute” separatamente come, invece, proporre contributi nei quali far convergere le due aree.
I contributi dovranno esplicitare con chiarezza:
A titolo esemplificativo, ma non esaustivo, tra i temi su cui possono confluire gli aspetti inerenti alla cultura e alla salute, possono essere proposti:
Date significative:
Presentazione full paper: 7 maggio 2026
Accettazione e indicazioni di peer review: giugno 2026
Consegna full paper finale rivisto: 20 giugno 2026
Pubblicazione: agosto 2026
#21 Issue Editors:
Veronica Dal Buono, Università degli Studi di Ferrara
Emanuele Piaia, Università degli Studi di Ferrara
Eleonora Trivellin, Università degli Studi di Ferrara
Processo di pubblicazione
I ricercatori interessati sono invitati a inviare, entro il 10 aprile 2026, un full paper di 16.000-18.000 battute (comprese le note e le references bibliografiche), in lingua italiana (in lingua inglese solo nel caso di autore/i straniero/i).
Il full paper deve rispondere e aderire coerentemente al tema della Call, specificando se il contributo risponde alla sezione Cultura, alla sezione Salute o a entrambe.
Il contributo deve essere accompagnato dalla traduzione del titolo in inglese, da 5 parole chiave in italiano e in inglese, da un abstract in italiano e in inglese (di 700-800 battute); dalla bibliografia e sitografia di riferimento redatta secondo le linee guida editoriali di MD Journal.
Per l’apparato iconografico, ogni autore potrà fornire massimo 10 immagini libere da diritti o per le quali abbia già ottenuto il diritto di pubblicazione, accompagnate da didascalie complete come da indicazioni di linee guida.
Gli autori sono invitati a non inviare più di un paper per numero; verranno inoltre selezionati al fine di non scrivere più su due numeri consecutivi della rivista.
Il contributo dovrà essere inviato all’indirizzo mdjournal@unife.it.
L’accettazione delle proposte, sottoposte a double blind peer review, sarà comunicata ai proponenti entro maggio 2026. In caso di accettazione saranno comunicate contestualmente le indicazioni dei revisori.
La stesura finale dell’articolo rivisto dovrà essere inviata all’indirizzo mdjournal@unife.it entro il 15 giugno 2026.
La data di uscita, in e-Publishing, di MD Journal [21] 2026 è prevista per il mese di agosto 2026; la sua fruizione è pubblica recependo la filosofia dell’open access.
Criteri di valutazione
Le proposte sono valutate rispetto ai seguenti criteri di qualità: appropriatezza rispetto al tema della call, originalità/innovatività contenutistica, rilevanza dell’argomento trattato (idee, visioni, risultati innovativi per l’avanzamento della conoscenza), coerenza e significatività delle fonti, rigore metodologico, chiarezza e rigore del testo, qualità e coerenza dell’apparato iconografico.
Link alle linee guida editoriali:
https://mdj.materialdesign.it/index.php/mdj/editorial-guidelines
Link allo stile dei testi e alla scrittura:
https://mdj.materialdesign.it/index.php/mdj/text-style
Contributo ai servizi editoriali
A partire dal numero 21, per i contributi accettati a seguito di regolare procedura di double blind peer review, è previsto un contributo ai servizi editoriali. Tale contributo è finalizzato alla copertura delle attività di gestione del flusso editoriale, revisione redazionale, impaginazione grafica, aggiornamento della piattaforma e diffusione scientifica della rivista.
Il contributo è richiesto esclusivamente dopo l’accettazione del contributo e non incide in alcun modo sull’esito della valutazione scientifica, che rimane indipendente e anonima.
Le modalità, l’entità del contributo sono specificate nel menù “politica” del sito web della rivista.
primo autore € 350 per saggio;
contributo altri autori € 50 aggiuntivi per contributo.
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