MD Journal
ISSN 2531-9477 (online)

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Alfonso Acocella

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Stile dei testi


L’atto della scrittura finalizzato alla produzione di un testo per una pubblicazione scientifica che sviluppi, con spettro ampio di analisi, un tema, un argomento, uno scenario – ma anche l’interpretazione di un’opera di architettura, di un artefatto di design, di un materiale – ha necessità di tempi adeguati (spesso lunghi) di elaborazione e ri-elaborazione.
Lo scrivere, molto più del parlare, richiede la definitezza massima dei concetti e delle idee che s’intendono esprimere, la precisione dei termini utilizzati, la costruzione logica e connettiva delle argomentazioni; da ultimo, ma non per importanza, uno stile di scrittura.
Se obiettivo primario della ricerca è, indubbiamente, quello di selezionare, di indagare, di comparare, di interpretare, di innovare (anche) attraverso processi mentali di natura astratta, vi è sempre un secondo momento e un nuovo compito (da “assolvere al meglio” delle proprie possibilità) giunti nella fase della comunicazione scientifica. L’atto della circolazione degli esiti del lavoro di ogni ricercatore si “materializza” sempre attraverso segni, immagini e formati comunicativi utili alla condivisione dei risultati della ricerca; è il momento della “trasmutazione” e della “incarnazione” dei contenuti mentali in elementi fisici quali possono considerarsi i diversi linguaggi iconologici e testuali.
È inevitabile in questa fase riflettere, soprattutto, sul ruolo della scrittura e sui modi della sua “costruzione” fatta di sequenze, intrecci, rimandi, associazioni; ovvero sull’essere del testo quale accurato e controllato cospargimento di parole, frasi, costrutti, pause che si susseguono, si accalcano, si rincorrono sui fogli bianchi – o sugli schermi elettronici – ricercando un equilibrio fra documentazione, analisi e interpretazione dei dati d'indagine per portarli su di un piano di efficace rappresentazione, comunicatività, trasmissibilità e validazione.
La qualità del testo conferisce valore al processo comunicativo e disseminativo dei risultati delle ricerche ordinando, enucleando, definendo gli argomenti e le loro correlazioni, delineando il loro orizzonti, evidenziando i loro “fuochi” e punti di forza.
«Il Testo – per dirla con Roland Barthes – vuol dire Tessuto; ma laddove fin qui si è sempre preso questo tessuto per un prodotto, un velo già fatto dietro il quale, più o meno nascosto, sta il senso (la verità), adesso accentuiamo nel tessuto l’idea generativa per cui il testo si fa, si lavora attraverso un intreccio perpetuo; sperduto in questo tessuto – questa tessitura – il soggetto si disfà, simile a un ragno che si dissolva da sé nelle secrezioni della sua tela».1
Bisogna, quindi, chiedersi – di volta in volta – come restituire ogni ricerca, come tradurla e trasferirla sotto il profilo linguistico; decidere a favore di una scrittura che si svilupperà “piana”, precisa ed esatta o – in alternativa – che tenterà di “salire di tono”, ricercando un carattere, se non uno stile, capace di produrre un richiamo nei confronti del lettore, rafforzando l’interesse al tema e ai risultati raggiunti dalla ricerca stessa; una scrittura, in altri termini, che aspiri ad essere fluente, articolata, colta.
Chiaramente le discipline dell’architettura, del design e soprattutto le loro innumerevoli declinazioni tematiche interne (materia, progetto, costruzione, opera, spazio, composizione, tipologie, prodotti, colore, luce, figure, dettagli, modi produttivi ecc.) possono suggerire – di volta in volta – i confini e i modi praticabili, appropriati, entro cui muovere linguisticamente il testo e lo stesso stile della scrittura.
Agli estremi individuiamo due bordi che, parafrasando quanto ci suggerisce Roland Barthes, possiamo indicare come molto diversi e alternativi. Da una parte, un bordo prudente, ordinato, “esatto” che riverbera la lingua (ovvero il tono del testo) nello stato canonico stabilito dalla scuola, dalle regole, dalle consuetudini o dalla stessa tradizione – secca e precisa – della comunicazione scientifica moderna di matrice anglosassone; dall’altra parte un bordo mobile, fluido, disponibile ad assumere forme più elaborate, alimentate dalla letteratura, dal gusto per il testo, dalla tensione al progetto linguistico. Una scrittura, quest’ultima, più impegnativa e rischiosa che richiede maggiore cultura, mestiere e soprattutto tantissimo stile.

Avviciniamoci per un attimo al primo bordo.
Un linguaggio chiaro, lineare ed essenziale può risultare funzionale ad illustrare i temi di ricerca, spogliandoli delle ermetiche vesti specialistiche per ricondurli – pur attenendosi al rigore argomentativo di tipo scientifico – entro una dimensione comunicativa rivolta a tutti (o quantomeno ai più) ed immediatamente comprensibile. Siamo in presenza, in questo caso, di una scrittura che, rispetto al pubblico dei lettori, mette in atto una pratica testuale rassicurante priva di accelerazioni, di colpi di scena utilizzando parole, frasi, costrutti linguistici elementari, chiari, conseguenziali.
Un testo tutto dedito alla descrizione puntuale delle “cose” e dei “passaggi concettuali”, alla trasmissione di un’informazione assai minuziosa e circoscritta, ma privo di ogni tensione linguistica interna, di ogni interesse a produrre emozione e piacere così come la scrittura (la “buona scrittura”) a volte è in grado di suscitare. In questo caso si è di fronte ad un linguaggio analitico, descrittivo, documentale, neutro (il cui rischio è di diventare, spesso, opaco). Nessuna parola “luccica” (nel tentativo di far risplendere i contenuti e le idee), nessuna frase o costrutto linguistico imprime effetto e ritmo allo svolgimento lineare della comunicazione; il testo accetta e si assoggetta – ordinatamente – alla scrittura convenzionale, respingendo ogni potenziale sensualità e seduzione del linguaggio.

All’opposto – sul secondo bordo – può essere collocato il testo che cerca una più evidente narratività (una scrittura “sostenuta” e di “tono”) attraverso una redazione ricercata ed elaborata. In questo caso si lavora per «reperire con cura gli immaginari del linguaggio: la parola come unità singola, monade magica; la parola come strumento o espressione di pensiero; la scrittura come traslitterazione della parola».2
Il ricercatore, in questo caso, s’impegna non più solo nella restituzione dei risultati del lavoro scientifico ma anche nella loro migliore "rappresentazione" attraverso il valore (la qualità) del testo capace di amplificare e conferire suggestione alle idee, al caso di studio; un testo che, inevitabilmente, è alimentato dalla cultura, dalle letture (non solo di quelle strettamente legate al tema d’indagine).
La scrittura, in tale ipotesi di lavoro, non rappresenta unicamente uno strumento ma si pone come contributo arricchente, come valorizzazione e ricchezza della ricerca stessa; la parola diventa plastica, capace di imprimere ritmo e caratterizzazione ai contenuti attraverso la suggestione, la seduzione del testo che può aspirare a diventare narrazione.
Tale approccio alla scrittura tende a ottenere l’attenzione profonda del lettore, trattenendolo attivamente sul testo e, conseguentemente, sui temi presentati; un testo finalizzato a una ricezione e assimilazione lenta in grado di “risucchiare” il lettore all’interno del palinsesto dell’articolo.
D’altronde le ricerche e le stesse opere scientifiche che sono rimaste nella lunga durata non sono, forse, quelle che hanno proposto ipotesi, visioni e riflessioni profonde, sostenendole attraverso una scrittura avvincente, coinvolgitiva? Potremmo citare – tanto per fare alcuni esempi a noi cari – i lavori saggistici mirabili di Henri Focillon, George Kubler, Fernard Braudel, Roland Barthes, Villém  Flusser, Sergio Bettini, Jean Starobinsky, Marc Augè, Italo Calvino, Karl R. Popper.



1 Roland Barthes, Il piacere del testo, Torino, Einaudi, 1975 (ed. or. 1973, Le plaisir du texte), pp. 66. La citazione è a p. 63.
2 Roland Barthes, op. cit., p. 32.